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19/01/2016 Informazioni
IL CASO/ Cem, madri coraggio all'ultima spiaggia
Cidoni

E’ inaccettabile che una donna di 75 anni, impegnata da quaranta nella lotta per l’assistenza alla figlia disabile e agli altri pazienti del Centro di Educazione Motoria della Cri sia costretta ad incatenarsi davanti ai cancelli e a iniziare uno sciopero della fame per costringere i dirigenti della Regione e della Asl competente a sbloccare una situazione insostenibile. Il caso Cem è la cartina di tornasole di come l’amministrazione regionale, negli anni, non abbia avuto cuore,intelligenza, attenzione. In poche parole di come si sia dimostrata incapace di svolgere il suo ruolo. Quello del Cem, il centro di via Ramazzini che accoglie alcune decine di pazienti gravi e gravissimi, attorno alla quale ruotano altrettante famiglie piene di dolore e di problemi, è un caso paradigmatico. Se non lo risolvi, se lo trascini per anni, se non sai trovare una via d’uscita non puoi pensare di essere in grado di governare altro, di mandare avanti una macchina amministrativa complessa come quella regionale. Non è un problema del colore di una giunta, da Marrazzo alla Polverini, a Zingaretti nessuno ha voluto veramente approfondire l’argomento. In fin dei conti si tratta di qualche decina di famiglie in difficoltà, effetti collaterali dei guasti di un elefantiaco sistema che non funziona. Ma arriva anche il momento di mettere un punto, e le madri coraggio del centro di via Ramazzini ci sono arrivate con la forza della disperazione.

Prima il problema era nell’Ente gestore, la Croce Rossa, che ha attraversato la sua bella crisi cambiando pelle e accantonando l’emergenza Cem, poi sono arrivare le rivoluzioni sanitarie volute dai vari governatori, che hanno sistematicamente cambiato le carte in tavola e spostato l’asticella. Poi c’è stata la crisi della Asl di riferimento, la più confusa,. pasticciata delle dodici aziende sanitarie del Lazio. Oggi addirittura nella Asl Roma 3 non comanda nessuno, via il direttore generale, via il direttore sanitario facente funzioni. Chi deve occuparsi del Cem? Che aspettino, che si mettano in fila. Se poi una madre, dopo aver chiesto invano aiuto ad un paio di presidenti della Repubblica e ad altrettanti premier, decide di fare uno sciopero della fame e di incatenarsi ai cancelli come darle torto? L’ultima questione da risolvere è quella dell’accreditamento del Centro, che farebbe uscire tutti perlomeno dall’emergenza. Che ci vuole? DI Carlo Rebecchi “Quella per il Cem è una battaglia di civiltà. L’indifferenza delle Istituzioni io non l’accetto. Per questo, se nelle prossime ore non ci saranno novità, io comincerò uno sciopero della fame. E mi incatenerò in un posto dove tutti possano vedermi, e rendersi conto della barbarie in cui stiamo cadendo”. A gridare la sua rabbia al Nuovo Corriere è Maria Cidoni, 75 anni, una madre coraggio. E il Cem è il Centro di Educazione Motoria di via Ramazzini, una struttura resa celebre dalle sue disgrazie più ancora che dal suo altissimo profilo. Fino a qualche anno era fa affidato alla Croce Rossa Italiana e giudicato universalmente una struttura di eccellenza per disabili gravi non autosufficienti; e ora progressivamente accompagnato verso una sorta di eutanasia non dichiarata, in attesa di un accreditamento da parte della Regione più volte promesso e garantito, ma che non arriva mai; accreditamento che vorrebbe dire rilancio del Cem con personale e mezzi adeguati, una garanzia per il futuro, per gli ospiti e per i familiari dei medesimi Al Centro di via Ramazzini, insieme con un’altra quarantina di disabili gravi e in alcuni casi gravissimi, vive Barbara: 48 anni, “cerebrolesa da forcipe”. E’ la figlia di Maria Cidoni, portavoce dell’ AGECEM, l’associazione dei genitori delle donne e degli uomini che al Cem hanno la loro casa. “Perché va detto subito, chiaro e forte: i disabili non sono dei malati da ospedalizzare, sono persone che hanno bisogno di una casa in cui vivere. E il Cem è la loro casa”, dice la Cidoni. Una casa un tempo felice, con un numero adeguato di operatori che sapevano come trattare i disabili, come comprenderne le esigenze, come farli felici. “Il Cem era una realtà meravigliosa, una famiglia”, è il giudizio di Maria Cidoni. Poi le cose sono cambiate. La Croce Rossa Italia è stata privatizzata, i soldi sono venuti meno, per gli operatori della Cri è cominciato un esodo verso altri posti. La ASL Roma D ( oggi trasformata in Asl Roma 3) cui la struttura è stata affidata, ha sostituito gli operatori in uscita con altro personale, spesso senza formazione, incapace di far fronte alle esigenze di disabili che in molti casi debbono essere accuditi in tutto, dalla pulizia personale al mangiare. “Io vengo ogni giorno da Ostia, dove abito, solo per dare da mangiare a Barbara. Con i mezzi di trasporti romani è un’avventura che ti porta via ore. Ma altrimenti chi si occuperebbe di lei?”. Una domanda che si pongono tutti coloro che al Cem hanno disabili. Il Cem, per i genitori che hanno figli nella struttura, è il “dopo di noi”, un posto dove lasciare i figli privi di autonomia nel caso questi dovessero rimanere soli. “Il Cem era una casa. Da quando è passato alla Asl si è trasformato in un luogo senz’anima e senza umanità. Noi non vogliamo che i nostri ragazzi vengano rinchiusi in un ospedale. In passato erano state create delle stanze con gruppi di disabili scelti perché potessero ‘fare famiglia’. Da quando a comandare è la Asl tutto è diventato senz’anima: c’erano le cucine e sono state smantellate, il catering viene da Ostia, gli indumenti vengono inviati a lavanderie industriali e tornano strappati. Persino i ‘peluche’ gli hanno tolto”. E’ dalla fine del 2013 che si aspetta l’accreditamento che rilanci il Cem, da quando in una riunione per la “verifica dei livelli essenziali di assistenza” della Regione, presenti i rappresentanti dei ministeri dell’economia e della salute, fu sancito che l’accordo per salvare il Centro raggiunto qualche mese prima tra la stessa Regione, la Asl Roma D e la Croce Rossa Italiana non era “validabile ed era da annullare”. Da allora le promesse si sono alternate con le delusioni. “Noi non ne facciamo una questione politica, noi ci rivolgiamo alle Istituzioni: ma che paese è un Paese che ha perduto ogni senso di umanità verso persone disabili che non sono malate ma hanno soltanto bisogno di sentire l’affetto di chi li circonda?” chiede la “madre coraggio” Cidoni. L’ultima promessa per il via libera all’accreditamento ha una data precisa, il 7 novembre scorso. Ma, come tutte le volte precedenti, non si è trasformata in realtà. “Intanto la situazione peggiora, il personale è ormai ridotto a meno di trenta operatori, spesso alle prime armi, per i quali non è facile gestire una quarantina di disabili che da soli non sono in grado di fare nulla e hanno quindi bisogno di essere assistiti in tutto, giorno e notte. “Se le cose continuano così il Cem diventerà un ghetto e questo io non l’accetterò mai – dice ancora -. Quella che stiamo facendo è una battaglia di civiltà. Per questo sono pronta, a 75 anni, a fare lo sciopero della fame, incatenata dove tutti possano vedermi. Affinchè nessuno possa dire: non sapevo”. La Regione, distratta, non va oltre un generico impegno, del tipo “vi faremo sapere”, La Croce Rossa non sa che pesci pigliare, la Asl è senza direttore generale e senza direttore sanitario, praticamente acefala. Non è un alibi, ma un dato di fatto. Sostegno generico da parte del Municipio, dalle forze politiche. Niente di più. E’ una battaglia di civiltà che sembra interessi a pochi. Ma quei genitori non si possono arrendere e non possono essere lasciati soli


Andrea Di Veroli

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